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Biopolimeri dalle alghe, la bio-plastica che non ha bisogno di acqua dolce

Un team di ricerca israeliano ha creato un rivoluzionario polimero bioplastico chiamato poliidrossialcanoato (PHA). È biodegradabile, non tossico, si ricicla tra i rifiuti organici e soprattutto non richiede terreno fertile e acqua potabile per essere generato. Bastano acqua di mare, alghe e batteri.

 

Creata rivoluzionaria plastica biodegradabile a partire da microorganismi marini che si nutrono di alghe. Il materiale che si ottiene, oltre a essere biodegradabile, non produce alcuna sostanza tossica ed è riciclabile nei rifiuti organici. La plastica ecologica è stata messa a punto da un team di ricerca israeliano composto da studiosi della Scuola di Scienze della Terra e Ambientali “Porter” e della Scuola di Chimica dell'Università di Tel Aviv.

Ci sono diverse aziende che già da qualche tempo producono plastica biodegradabile su scala commerciale, dunque che cos'ha di così speciale il nuovo polimero bioplastico? Il segreto risiede nel fatto che viene realizzato in acqua di mare, e non richiede impianti con un considerevole impatto ambientale. Le piante e i microorganismi utilizzati per le bioplastiche già in produzione necessitano infatti di tanta acqua potabile e terreno fertile, “ingredienti” preziosi non disponibili ovunque. Basti pensare allo stesso Stato di Israele.

 

 

Il team multidisciplinare guidato dal dottor Alexander Golberg e dal professor Michael Gozin ha aggirato il problema guardando verso il mare. Alimentando colonie di batteri Haloferax mediterranei – che crescono in ambienti molto salini – con macroalghe verdi del genere Ulva, hanno ottenuto un eccellente biopolimero plastico chiamato poliidrossialcanoato (PHA).

La produzione di plastica su vasta scala attraverso questo procedimento non solo eliminerebbe lo spreco di acqua potabile e di terreno coltivabile, ma potrebbe mettere la parola fine all'inquinamento da plastica nell'ambiente. Oltre il 90 percento dei materiali inquinanti che finisce nei mari e negli oceani è di tipo plastico (si tratta anche di un sottoprodotto della lavorazione del petrolio), inoltre sono ben 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici che finiscono ogni anno nell'ambiente marino. I ricercatori sperano che un simile processo possa essere presto adottato da Paesi dove acqua potabile e terreno fertile non sono sempre facilmente accessibili (tra essi Israele, Cina e India), per poi essere esportato ovunque. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Bioresource Technology.

 

 


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