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Alimentazione: dalla Danimarca la proposta per inserire l’impatto ambientale in etichetta

Quanto inquinano i cibi che consumiamo? La Danimarca studia un’etichetta climatica per dare indicazioni sull’impatto ambientale dei singoli prodotti alimentari.

 

Il governo danese sta lavorando su una proposta che renderebbe obbligatorio per produttori e supermercati l’adozione di etichette che quantifichino tramite un rating, l’impatto sul clima dei prodotti alimentari. L’etichetta climatica rappresenterebbe un potente strumento educativo in grado di fornire a chi acquista, informazioni rapide sull’impatto ambientale delle loro scelte.

La proposta è sostenuta dal Consiglio danese per l’Agricoltura e l’Alimentazione che valuta l’idea, come un’opportunità per incoraggiare scelte migliori a livello alimentare volte a mitigare gli effetti della produzione industriale sul cambiamento climatico. Secondo un rapporto della Fao, l’impronta di carbonio annua del cibo sprecato rappresenta da sola l’8% di tutte le emissioni globali, senza considerare l’immenso apporto dato dalla produzione di carne nell’ambito dell’allevamento intensivo. Il presupposto su cui il progetto si basa è che il settore zootecnico risulta essere di fatto responsabile di più emissioni di gas serra rispetto a tutti i trasporti combinati; l’impatto del cibo è anche influenzato da fattori quali la distanza percorsa dal prodotto, il tipo di pesticidi utilizzati e la quantità di acqua necessaria per produrre.

La proposta dell’etichetta climatica arriva sulla scia di un importante report che ha messo in guardia il mondo sul problema del surriscaldamento globale: abbiamo circa 12 anni per scongiurare la catastrofe climatica al ritmo attuale delle emissioni di gas serra. L’avvertimento, è la risultante del gruppo di lavoro dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change).

I Dati del Report dell’Ipcc

Nel 2015, 197 paesi siglano l’Accordo di Parigi per contenere le emissioni di gas serra, puntando a contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, con l’ambizione di abbassare l’obiettivo 1,5°C. Per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo, ogni stato si deve impegnare a cambiare il modo di produrre energia e le modalità di trasporto di persone e cose, rendendo efficiente il patrimonio immobiliare, fermando la deforestazione e innovando al fine di ridurre le emissioni di CO2, il principale gas serra. Un impegno colossale, considerando che alcune nazioni come gli Usa, detrattori degli studi sul climate change, sostengono che il cambiamento climatico sia una bufala. A fronte di una revisione di oltre 6000 referenze scientifiche, il Panel intergovernativo ha stabilito che se non si riuscirà a contenere il riscaldamento globale all’interno della soglia di 1,5 C° si raggiungerà un punto di non ritorno che porterà probabilmente a conseguenze catastrofiche.

Debra Roberts, co-presidente dell’Ipcc Working Group II, ha dichiarato: “Le decisioni che prendiamo oggi sono fondamentali per garantire un mondo sicuro e sostenibile per tutti, sia ora che in futuro. Questo rapporto fornisce ai policymakers e ai professionisti le informazioni di cui hanno bisogno per prendere decisioni che affrontino i cambiamenti climatici tenendo conto del contesto locale e delle esigenze delle persone. I prossimi anni saranno probabilmente i più importanti della nostra storia”.

Come si colloca la proposta del’etichetta climatica danese in questo contesto?

Il governo danese, firmatario dell’Accordo sul clima di Parigi, è tra i primi 20 paesi nell’indice mondiale sul cambiamento climatico del 2018 che valuta gli sforzi per combattere il cambiamento climatico. “Tutti sanno che la produzione di cibo influenza il clima, ma se il resto del mondo producesse cibo come noi in Danimarca, il mondo sarebbe un posto migliore”, ha detto Morten Høyer, direttore del consiglio.

La Danimarca lavora con l’Unione europea da 10 anni per sviluppare un’etichetta climatica ma come ha commentato Høyer “l’attività non sembra essere semplice. Potrebbe essere necessario confrontare l’effetto del clima di un prodotto con le caratteristiche nutrizionali. Una bibita potrebbe avere solo un piccolo impatto sul clima, ma non sarebbe comunque un cibo sostenibile a livello nutrizionale”.

Høyer ha anche sottolineato che l’obiettivo è quello di sviluppare un’etichetta che sia precisa, accurata e che appaia non solo su alimenti chiaramente di forte impatto come la carne, ma anche su altri prodotti, comprese le alternative vegetali. “Dobbiamo includere ogni informazione in modo che prodotti come i sostituti vegetali della carne a base di soia ad esempio, abbiano informazioni sull’impatto climatico della materia prima.”

A causa di quanto sia difficile calcolare il reale impatto sul clima dei prodotti, lo sviluppo dell’etichetta è destinato ad essere impegnativo, ma il processo stesso è una grande notizia e, si spera, porterà alla creazione di uno strumento importante e utile per i consumatori.

 

 


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