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LA GEOGRAFIA DELL’EXPORT ITALIANO CHE HA RETTO ALLA CRISI

LA GEOGRAFIA DELL’EXPORT ITALIANO CHE HA RETTO ALLA CRISI

 

Un argine al declino. Negli anni di crisi che l’economia italiana ha attraversato a partire dal 2008 la resilienza dell’export ha rappresentato un fondamentale elemento di sostegno. È accaduto anche nel 2015, quando il valore delle nostre esportazioni è cresciuto di circa quattro punti percentuali sull’anno precedente con un’equanime espansione sui mercati europei come sui più impegnativi contesti extra-comunitari.

Sotto l’immagine di una crescita solida e bilanciata, però, già nei numeri del 2015 si aprono ampie varianze. Non sono solo quelle relative alle differenze tra settori produttivi e singoli mercati di sbocco, con il caso eclatante della polarizzazione sul settore automotive e sul mercato nord americano.

Non meno rilevante è la differenziazione che si legge quando i quattrocentodieci miliardi dell’export italiano vengono ripartiti tra le 110 ex-province.

È una geografia molto articolata, dove bastano le prime quindici province a spiegare la metà dell’export nazionale. A partire dai 37 miliardi di Milano, numero uno tra i territori, ma in riduzione dell’un per cento rispetto al 2014. Per proseguire con Torino, che cresce in un anno di dieci punti percentuali grazie al risveglio dell’auto. E collocare al terzo posto Vicenza, che con 17 miliardi di esportazioni per una popolazione di meno di 900mila residenti detiene il primato di quasi ventimila euro l’anno di export pro-capite.

Nel top dei territori vocati all’export la geografia del 2015 conferma tanto Veneto come molta Emilia-Romagna. Ma, scorrendo le prime cinquanta posizioni, colpisce vedere la crescita di poli centro-meridionali. Da Latina, che con quasi sette miliardi di export supera Parma, a Bari, che nel 2015 sale sopra Genova.

La geografia ad alta varianza dell’export italiano è quella che ora si confronta con il nuovo scenario del commercio estero.

Per stabilizzare il commercio estero serve più internazionalizzazione. Un’internazionalizzazione complementare, e non sostitutiva dell’export. Una maggiore presenza delle imprese italiane all’estero, soprattutto come reti distributive oltre che produttive.

Più numerose imprese estere in Italia, per fare investimenti e contribuire a rendere più fitta e diversificata la rete dei collegamenti tra il made in Italy e i mercati di quei 212 milioni di nuovi ricchi che, secondo una recente analisi di Prometeia e CSC, si aggiungeranno sulla scena globale tra il 2015 e il 2021. Tra il 2010 e il 2013 le affiliate estere delle imprese tedesche sono cresciute da 26 a 27mila.

Quelle francesi sono aumentate da 33 a 38mila. Nel Mondo le controllate estere di imprese italiane rimangono ferme intorno a 22mila unità, mentre in Italia le affiliate di società straniere sono 13mi-la, la metà delle imprese a controllo estero presenti in Germania o Francia. Nella realtà di oggi coniugare commercio estero e internazionalizzazione è una leva per rendere più stabile e sostenibile la ripresa.

 


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